La colonna sonora del film l’uomo che comprò la luna

Un film dai toni comici ma allo stesso tempo commovente, l’uomo che comprò la luna, uscito nelle sale il 4 Aprile con la regia di Paolo zucca, sta davvero appassionando tutte le fasce d’età. Un ritmo narrativo leggero ma con un giusto mix di emozioni che riesce davvero a renderne piacevole la visione.
Ma quello che davvero ho apprezzato particolarmente è il sound design, o meglio il reparto composing e la scelta del mix delle soundtrack selezionate.

Quello dell’audio production è un compito davvero di responsabilità, riuscire a comunicare con il suono tutte le complessità emozionali di un film, e allo stesso tempo rendere credibile l’immagine senza banalizzarla è sicuramente qualcosa di complesso e affascinante. In questo caso è stato davvero efficace:

Il film comincia con una musichetta leggera che farà da leit motiv al nostro protagonista per quasi tutto il film: un motivetto simpatico e caricaturale che non rinuncia alle sonorità tipiche, mescolando però una nota di simpatia e ingenuità giovanili a quelle più adulte di compassione e tenerezza.
E’ il motivetto associato, infatti, al momento della “formazione culturale”, in cui si apprezza tutta la bellezza di un “nonno” (Benito Urgu) che insegna le usanze sarde ad un giovane Kevin Pirelli (Gavino Zoccheddu, sardo ma emigrato a Milano).

Ma ad un certo punto, dopo aver scavato più a fondo nel personaggio di Bodore (Urgu) l’ambience sonoro cambia, è il momento del “rito di passaggio”. Kevin/Gavino è pronto per l’esame: si prepara con una sonorità introspettiva, un cluster esteso, quasi un bordone profondamente tradizionale che comunica tutta l’importanza e la severità del momento.

Poi ritorna il motivetto iniziale che spezza la tensione, con un momento davvero divertente dell’arrivo a Cagliari: Gavino sbarca con un abito tradizionale, decisamente poco consono al modo in cui si presenta nel 2019 la Sardegna! Questo forse un po’ per enfatizzare il modo in cui viene vista questa regione dall’esterno, e un po’ per rendere più comica la scena.
Gavino quindi chiamerà, in preda al panico, i suoi superiori comunicando che non c’era nulla di quello che si aspettava (canne al vento, vecchiette col fazzoletto nero ecc….) come se gli fosse stata presentata un’immagine della Sardegna decisamente distorta, forse troppo romantica. Però siamo anche in città giusto? giusto. E qui arriva il momento migliore del film:

Il protagonista riguarda bene la cartina, girandola, e nel frattempo con una veduta aerea e un movimento rotatorio della telecamera Gavino si incammina…. verso il centro della Sardegna… la regia sembra davvero suggerire una specie di entrata in un’altra dimensione, come se stessimo per vedere un’altra faccia della Sardegna, quella più interna, quella più vera, quella più sincera, un vero e proprio mondo parallelo.
Gavino arriva in un paesino abbandonato dove con gli occhi persi nel vuoto, come avesse avuto un’illuminazione, racconta (con un’impostazione vocale da documentario anni ’70) quello che vede e la bellezza che gli si para davanti nella sua semplicità. 
La musica non fa altro che accompagnare tutto questo (già forte a livello visivo) comunicando, con sonorità decisamente più tipiche, quanto andare in Sardegna possa davvero rivelarsi un’esperienza mistica di riappropriazione delle proprie tradizioni, delle proprie origini, non solo per un sardo ma per l’umanità in genere: entrare in contatto con una cultura ancora fortemente legata alla terra, infatti, è qualcosa che tocca tutti, fa perdere il senso dell’orientamento e del tempo, fa apprezzare le cose da un altro punto di vista, e cambia necessariamente le priorità.

Con l’avanzare del film la musica si farà sempre più tipica e sempre più potente: un’altra parte decisamente efficace dal punto di vista sonoro è quella immediatamente successiva, dove in un “bar di paese” Gavino verrà sfidato a colpi di “sardità” e dove inevitabilmente una musica stile western sardo rafforzerà il gioco di sguardi che precedono il duello, in questo caso non con le pistole ma a biliardino! seguirà un incontro a sa murra, già di per sè un gioco tipicamente ritmico musicale, appunto, a causa dello scandire dei numeri. E infine… proprio loro, le quartine dei tenores! espressione sociale del mondo agropastorale nella loro forma più tipica di improvvisazione.

Subito dopo, sempre a tenores, inizia un canto che parte da uno degli anziani del bar, quasi sospeso nel vuoto e nel tempo, che comunica tutto il dolore del popolo sardo, un popolo purtroppo sempre sfruttato dall’invasore che ogni volta ha fatto fatica a riprendersi e ad andare avanti; questo canto accompagna il momento di calma, dopo l’accettazione di Gavino e comunica il motivo della diffidenza dei sardi verso lo straniero.

Quando però gavino si tradirà da solo e scapperà dal bar comincerà, in maniera più che geniale, un musica simil tribale, come se l’insulto di Gavino facesse ripiombare i sardi del bar in uno stato primordiale in cui l’unico loro interesse sarà riempirlo di colpi! geniale l’accostamento della musica da tribù indigena al momento dell’inseguimento.

Da questo momento fino alla fine ci sarà un ritorno dei leit motiv associati ai principali personaggi, infatti ritornerà il leit motiv comico caricaturale per Gavino, l’ambience introspettivo per la visione di Bodore e il motivo tribale per il ritorno dei sardi del bar. Come se ogni personaggio avesse una sua sonorità ben precisa.

Un ultimo accenno ancora alla musica solenne del viaggio sulla luna a incontrare gli eroi sardi, dove vengono mescolate sonorità tradizionali a quelle molto più sci-fi in un mix davvero denso di maestosità, orgoglio e consapevolezza.

e poi loro! non potevano mancare nel finale le launeddas che, come in un’antichissima leggenda sarda, salvano il popolo dagli invasori restituendo la pace e la serenità, regalandoci sempre sonorità festose e ataviche in un film che mescola comicità, riflessione e identità in una cornice unica.

Chiara Schirò

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